Questo prodotto è offerto con la collaborazione di: Zanze.
Come dovreste ben sapere sono un liceale. Come ogni liceale faccio parte anch’io di una classe, una classe molto particolare. Non ci manca l’unità ed ogni sabato sera la classe si ritrova per uscite tutti insieme appassionatamente. Come in ogni comunità anche da noi è venuto fuori un piccolo leader (so che questo ti lusingherà) e quello controlla ed organizza un po’ tutto(i).
Io non mi ci vedo molto in questa unità di classe e in più non sono molto “socievole” – chiamami pure nerd – quindi solitamente evito di uscire con tutti i compagnoni, semplicemente perché non ho l’indole. Ma anche se avessi uno spirito mondano mi ritroverei comunque nella stessa situazione. Infatti in quanto adolescente, il mio compagno di classe tipo ama la discoteca, il divertimento spicciolo e la compagnia fine a questo. Distante anche da queste prospettive mi ritrovo ad essere considerato un pochino fuori dalla società, fuori da quella cerchia, quella comunità, che di solito viene chiamata classe.
Per il semplice fatto che ci siamo ritrovati nella stessa classe, dovrebbe essersi creato tra di noi un rapporto di “rispetto” totale reciproco, un contratto sociale occulto, firmato da ogni membro. Il che implica una visione della “comunità” – qui lo posso dire: “della massa” - basata sul:
“Fai quello che fanno tutti perché questo è giusto, se non lo trovi giusto, adattati perché questo è corretto.”
La necessità che molti provano di stare in compagnia viene quindi “sfruttata” per popolare di tanti piccoli ignavi i party. In tanti approvano questo modo di fare, perché gradiscono il tipo di festa che viene organizzata e quindi, facenti parte della maggioranza, non hanno alcun problema. Però, quando si viene a creare una minoranza all’interno del gruppo, questa viene malvista, per la semplice regola:
“Eh, ma se dobbiamo essere in pochi a fare qualcosa allora vado con la maggioranza.”
La compagnia è di fatto la base del meccanismo. Ciò porta ad una limitazione del singolo, in favore di un più vasto bene “comune”; di uno stare insieme che diventa un imperativo categorico, inevitabile conseguenza dell’accordo implicito.
Dopo anni e anni io sono libero da questo vincolo, senza essere considerato eremita o chissà cosa. Pur non approvando tutt’ora questo modello, non ho problemi ad inserirmi e a stabilire rapporti interpersonali.
Il rispetto diventa piegarsi alla maggioranza, per il gruppo.
L’adattarsi, l’annullarsi come individuo, diventa una virtù, per il gruppo.
Trattare male chi non si ritrova nei soliti schemi diventa una buona azione, per il gruppo.
Fattostà che questo gruppo è intollerante e questo non mi sta bene.
Allego una lettera aperta ad un mio compagno di classe:




