L’affare del giorno
A 20 anni dalla caduta di questo muro, il mondo è ancora pieno di barriere: fisiche e psicologiche.1
- Per i lettori svogliati: queste sono due segnalazioni, leggetele prima di commentare a vanvera. [↩]
A 20 anni dalla caduta di questo muro, il mondo è ancora pieno di barriere: fisiche e psicologiche.1
Sìsì, lo so di essere in ritardo, ma finalmente – forse – Neon Genesis Evanglion (il manga) riesce ad arrivare alla fine entro la fine dell’anno.
Senza avere interruzioni che durano tipo 2 anni.
E per chi non lo conosce, wikipediatevi.
Quando ti si pone davanti una situazione strana, quasi unica, ti viene spontaneo ragionarci su; ma se anche tutti gli altri (e con tutti intendo tutti tutti) fanno lo stesso, uno inizia a perdersi e non si mette più a ragionare, ma si conforma al punto di vista generale, perdendo – in un certo senso – l’unicità del suo giudizio. Ma io non ci voglio rinunciare.
Ecco, diciamo che qualcosa del genere è successo anche noi, con l’attuale governo, che è un po’ tipo il gelato alla menta: o ti fa schifo o ti garba, non ci sono vie di mezzo. Sfruttando questo dualismo (se mi è concesso osar tanto) qualcuno tenta di inculcarci il Bipartitismo, perché così come ora ora una cosa o la si ama o la si odia, così in politica deve esistere solo bianco o nero, giallo o rosso, viola o azzurro.
Quando si parla di bipartitismo scappano subito fuori gli Stati Uniti. Personalmente trovo molto molto funzionali gli Stati Uniti (intendiamoci, hanno pure i loro difetti eh, però funzionan meglio dell’Italia), ma il motivo delle loro funzionalità non sta solo nel binomio “democratici” – “repubblicani” sta anche in una coerenza tra i governi che si susseguono. Obama non ha stravolto la politica estera di Bush – ma per fortuna ha fatto i suoi buoni cambiamenti – perché là sanno che un cambio di linea continuo confonde e riduce la governabilità.
Sempre parlando di là1 , c’è da dire che tutto questo sistema funziona anche per la storia che hanno avuto gli USA – indiscutibilmente diversa dalla nostra – e dalla loro forma di governo – ho da dirlo di nuovo? -. Noi siamo in Italia, il nostro governo funziona in modo differente, le nostre elezioni si svolgono in modi differenti.
Non possiamo applicare schemi uguali a basi differenti, si rischia di avere risultati completamente diversi e certe volte preoccupanti. Ed è qui che volevo arrivare. Immaginiamoci un’Italia bipartita in quel caso allora mi aspetterei un parlamento diviso così:
Giallognoli – 30% e Violacei - 70%
Mi viene spontaneo chiedere: perché esistono i giallognoli? Che scopo hanno? Conosciamo tutti la funzione principale del parlamento: votare le leggi proposte dal governo. Si capisce anche, con semplice associazione, che tutto il potere legislativo – è questo quello del parlamento no? – va in mano ai Violacei.2
Un! Ci avviciniamo sempre più alla stella.
Noi, bravi cittadini, sappiamo anche come si elegge il governo vero? Ed in questo caso chi sarà? Ma certo i Violacei. E così i Violacei si sono accaparrati anche il potere esecutivo.
Due!
Manca poco dai!
Ma per fortuna alla stella non ci arriviamo, il bipartitismo non assicura nessun controllo (diretto) sul potere giudiziario. Questo potere e chi lo detiene assume grandissima importanza: devono prendersi l’onere di controllare i rimanenti due poteri. Sembra (e questa similitudine è ardita anche per me) il “parlamento” francese prima di quel 1789: Clero e Aristocrazia contro Terzo Stato. E sappiamo tutti come era conciato il Terzo Stato prima della rivoluzione: schiacciato.
Sappiamo anche tutti come la concentrazione di potere non solo sia un carburante per la gelosia ed il desiderio, ma anche un invito allo sfracellamento della democrazia (su cui io ho comunque molti dubbi). Per concludere:
Giallognoli 24%, Violacei 26%, Verdolini 23%, Rossicci 17%
Questo parlamento avrebbe senso in una Repubblica parlamentare (mai la parola parlamento fu più importante). L’ho detto: non voglio essere una scimmia che alle elezioni è costretta a dire sì o no. Voglio votare un’idea, non una contro idea, voglio essere rappresentato, non essere un bit.
Non molto spesso ci chiediamo il motivo delle nostre azioni -in questo caso nonazioni-, ma percaso, nessuno si è mai chiesto perchè non siamo tutti a spararci l’uno contro l’altro?
Per morale, si direbbe a primo ascolto, ma io dico: per convivenza. Perché la morale di oggi è tutta frutto di religioni strampalate, fatte di dogmi e non di modelli razionali (come quello del convivere) che, al contrario delle imposizioni, si sviluppano con l’uomo e nell’uomo e quindi più adeguati ad una società.
Morale e convivenza, quindi; molto spesso le due si confondono. Uno Stato deve assicurare la convivenza civile e non la sacralità della vita, perché uno Stato etico è uno Stato morale, che è – per le ipotesi scritte sopra – uno stato religio-dipendente.
Solo 124 parole.
In questo periodo mi sono messo a fare un sondaggio all’interno della classe. L’argomento era lo scontro israelo-palestinese. Come si può ben intuire, loro, non ci sono abituati a trattare questi temi e anche davanti ad una domanda semplicissima (”Sei per gli Israeliani o per i palestinesi?”) si sono trovati in relativa difficoltà. I numeri parlano chiaro: 6 persone hanno dato una risposta – quasi – sicura, 3 da una parte e 3 dall’altra; i rimanenti 16 non hanno risposto. In realtà parlare di “non risposta” potrebbe essere riduttivo, infatti tra quelle persone ce n’erano alcune che, per evitare di prender posizione, si sono limitate a parlare di “pace” e di accordi immaginari. Nessuno di loro ha però proposto soluzioni, anche sotto esplicito invito.
Bene, parliamo di pace, l’eterno valore di giustizia. Subito quelli che vogliono esser visti come equilibrati (ciò non significa che non lo siano) l’hanno invocata. Ma, come si fa a parlare di pace in quelle situazioni? I terroristi – almeno secondo praticamente tutta l’Europa e gli States, tanto per citarne alcuni che ritengono Hamas un’organizzazione terroristica – fanno pace? Da quando? Da mai.
Anche potendo parlare di pace, ci si trova comunque davanti ad altri problemi: la religione, la patria, la fermezza ed il diritto internazionale (tutte cose in cui loro stessi credono) e nessuno che parla di pace riesce a trovare una soluzione ad almeno uno di questi problemi.
Prendere una parte non significa essere contro la pace. Ci sono una serie di motivazioni per gli uni e per gli altri, qualcuno appoggia i primi, qualcuno i secondi. Te per chi sei?
Tutti gli altri, dei sedici, si sono limitati ad un “non ho la minima idea di cosa stia succedendo” o ” ho informazioni troppo parziali per poter dare un giudizio”. E credo siano queste le risposte più sincere.
Capisco che la situazione non è facile da capire, ma se si pretende di dare un giudizio solo sulla base di servizi al limite del pietoso delle televisioni (inter)nazionali, è logico che il giudizio sia relativo e contaminato. Dietro tutto questo c’è una storia, che si definisce lunga per giustificarsi, conoscerla è il minimo per poter azzardare un commento.
Eh sì, bisognerebbe trovare delle testate nucleari nella striscia di Gaza per risolvere la situazione.
Questo prodotto è offerto con la collaborazione di: Zanze.
Come dovreste ben sapere sono un liceale. Come ogni liceale faccio parte anch’io di una classe, una classe molto particolare. Non ci manca l’unità ed ogni sabato sera la classe si ritrova per uscite tutti insieme appassionatamente. Come in ogni comunità anche da noi è venuto fuori un piccolo leader (so che questo ti lusingherà) e quello controlla ed organizza un po’ tutto(i).
Io non mi ci vedo molto in questa unità di classe e in più non sono molto “socievole” – chiamami pure nerd – quindi solitamente evito di uscire con tutti i compagnoni, semplicemente perché non ho l’indole. Ma anche se avessi uno spirito mondano mi ritroverei comunque nella stessa situazione. Infatti in quanto adolescente, il mio compagno di classe tipo ama la discoteca, il divertimento spicciolo e la compagnia fine a questo. Distante anche da queste prospettive mi ritrovo ad essere considerato un pochino fuori dalla società, fuori da quella cerchia, quella comunità, che di solito viene chiamata classe.
Per il semplice fatto che ci siamo ritrovati nella stessa classe, dovrebbe essersi creato tra di noi un rapporto di “rispetto” totale reciproco, un contratto sociale occulto, firmato da ogni membro. Il che implica una visione della “comunità” – qui lo posso dire: “della massa” - basata sul:
“Fai quello che fanno tutti perché questo è giusto, se non lo trovi giusto, adattati perché questo è corretto.”
La necessità che molti provano di stare in compagnia viene quindi “sfruttata” per popolare di tanti piccoli ignavi i party. In tanti approvano questo modo di fare, perché gradiscono il tipo di festa che viene organizzata e quindi, facenti parte della maggioranza, non hanno alcun problema. Però, quando si viene a creare una minoranza all’interno del gruppo, questa viene malvista, per la semplice regola:
“Eh, ma se dobbiamo essere in pochi a fare qualcosa allora vado con la maggioranza.”
La compagnia è di fatto la base del meccanismo. Ciò porta ad una limitazione del singolo, in favore di un più vasto bene “comune”; di uno stare insieme che diventa un imperativo categorico, inevitabile conseguenza dell’accordo implicito.
Dopo anni e anni io sono libero da questo vincolo, senza essere considerato eremita o chissà cosa. Pur non approvando tutt’ora questo modello, non ho problemi ad inserirmi e a stabilire rapporti interpersonali.
Il rispetto diventa piegarsi alla maggioranza, per il gruppo.
L’adattarsi, l’annullarsi come individuo, diventa una virtù, per il gruppo.
Trattare male chi non si ritrova nei soliti schemi diventa una buona azione, per il gruppo.
Fattostà che questo gruppo è intollerante e questo non mi sta bene.
Allego una lettera aperta ad un mio compagno di classe:
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